mercoledì 11 marzo 2009

Questione di stile


Noto che i fumatori considerano gli ex fumatori come dei rompiscatole "a prescindere": "Ah, sei un ex fumatore, chissà come rompi adesso con il fumo!".

Ora, a parte il fatto che - come al solito - non si può fare di ogni erba un fascio (esistono senz'altro ex fumatori più intransigenti di altri), io mi reputo - chissà perché - un illuminato: posato, serafico, tollerante il giusto nei confronti di chi sta ancora nelle spire del vizio, eccetera.
Quello che mi dà noia però è quando si richiama gentilmente o magari con una battuta scherzosa un fumatore all'osservanza delle regole (nel caso di specie, non fumare in ufficio) e quello risponde a male parole, convinto di stare a subire un torto da un'oscurantista radicale. Lo facevo quando fumavo (badare al rispetto delle regole), non vedo perché dovrei smettere di farlo ora, solo perché sono diventato un ex fumatore.

Non sono stato un fumatore inappuntabile: anch'io ho fumato talvolta dove non si poteva, contando sul fatto di farla franca. Se venivo colto sul fatto, mi scusavo e smettevo prontamente, contando sulla umana comprensione del vigilante per la mia debolezza. Mi sembrava corretto: sbaglio, rischio, eventualmente ne pago le conseguenze, che spero le minori possibili... Ora no: chiedere di osservare le regole diviene oscurantismo. Chiedere di rispettare la larga maggioranza è solo "rompere". Il diritto di avvelenarsi è divenuto libertà di avvelenare (dando fastidio agli altri, aggiungerei). 

Forse è solo una questione di stile o forse è piuttosto una questione di intelligenza, vale a dire la capacità di capire quando si sbaglia e quando si è invece nel giusto. Se guido contromano in autostrada, se posteggio al posto dei disabili, se vado a 100 all'ora in città e mi contestano l'infrazione, direi alla pattuglia della stradale o della polizia urbana che sono dei poveracci che hanno smesso di guidare e che da allora sono diventati degli intolleranti?

2 commenti:

  1. Ho notato che spesso, soprattutto dei luoghi di lavoro, il “fumo” è un concetto che può creare complicità o viceversa distacco a seconda dell’atteggiamenteo che le persone hanno verso di esso. E’ indubbio che avere un locale o un luogo apposito dove fumare porti le persone che fumano ad un avvicinamento non fosse altro che per le chiacchiere della durata di una sigaretta.
    Ciò porta ad un avvicinamente e forse ad una “umanizzazione” dei rapporti di lavoro .Spesso il tempo della pausa-sigaretta viene prolungato dalle opinioni e dai discorsi che si sviluppano al momento.. Ovviamente io, da non fumatrice, posso spesso rimanere esclusa da questa complicità e confidenza che si crea e questo credo sia normale e comunque accettato da chi non vuole rinunciare a gustare meglio altre cose della vita piuttosto che darsi ad un “vizio” che non si riconosce come piacevole.
    Diverso invece è quando qualcuno infrange le regole e pretende di limitare la mia libertà in favore della sua.
    Premetto che non sono certo il tipo intransigente che non sopporta nemmeno l’odore della nicotina. Respirare anche passivamente il fumo di una sigaretta non credo porti alla morte nessuno e per quanto mi riguarda lo trovo sopportabilissimo, ma quando l’ambiente di lavoro diventa per tutti “malsano” a causa della maleducazione di alcuni, allora la rabbia non può che generare un atteggiamento aggressivo e “giudicante” nei confronti dei trasgressori.

    Quando poi i trasgressori sono persone che dovrebbero per primi dare l’esempio di rispetto delle regole, la cosa secondo me diventa ancora più grave. Diventa difficile fargli degli appunti e ancor di più si rischia di divenire “invisi” o mal sopportati.

    Un aspetto che andrebbe analizzato ancora meglio è come il fumo possa a volte servire da “valvola di sfogo” per nervosismi personali o aziendali di difficile gestione. Il fumare in ufficio può divenire una “rappresaglia” per sfogare altri dissapori che col fumo hanno poco a che fare.
    Spesso la maleducazione di alcune risposte sprezzanti (o in qualche caso anche di “appunti stizziti”) non sono causati da un vero “disappunto” riguardo al fumo, ma nascondono un’aggressività repressa che può riguardare molte altre sfere , sia personali che lavorative.
    Ciò che voglio dire è che il giudizio negativo su una persona o su un modo di portare avanti un lavoro passa spesso attraverso diatribe “fumose” :-).
    In sostanza , a volte l’essere o non essere fumatore e le incomprensioni che ne derivano, celano altri tipi di “incomprensioni” che hanno più a che fare con l’ambito personale o di giudizio lavorativo.

    Per finire, nei luoghi di lavoro e non, da non fumatrice posso testimoniare di aver conosciuto fumatori educati e fumatori maleducati ma la cosa che ho notato ultimamente è che sicuramente tendo ad essere più tollerante con i fumatori a me “simpatici” come persone, mentre molto meno sono portata a sopportare gli errori e gli abusi di persone che privatamente non considererei mai in senso amicale . P.S. Commento scritto ieri sera e copincollato ora :-))). Monica.

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  2. Sono d'accordo su tutto (tranne che sui pericoli del fumo passivo...).
    Se una persona ci è simpatica o umanamente più vicina, siamo portati a perdonarle molto di più. Ma se un amico fa un errore grave, non saremmo amici se non glielo facessimo notare, non credi?

    Forse si tratta di un argomento da approfondire in un prossimo post.
    Grazie per il contributo.

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Sono ancora qui, felicemente non fumatore ormai da 8 anni, 4 mesi e 17 giorni.

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